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There’s always more than meets the eyes Stampa
martedì 21 aprile 2009

X-man WolverineIl variegato mondo delle Arti Marziali è un ambiente che definire falso, fuorviante, mitizzato è soltanto minimizzare.

Complici anche i media, che tramite film e “servizi sensazionali” di vario genere contribuiscono ad imprimere nella gente l’idea che un marzialista sia un qualche tipo di “eletto” che raggiunge l’elevazione spirituale e ottiene certi non meglio definiti superpoteri che neanche un X-Man…

Nella perenne e spesso squisitamente inconscia ricerca di questa “conoscenza” ci si affida agli insegnamenti di Maestri e a volte ad antichi documenti scritti, a tal punto da appoggiarcisi totalmente come unico piedistallo da cui ricevere passivamente del sapere… ottenendo però un perfetto annullamento di sè, che incidentalmente sarebbe la fetta assolutamente fondamentale di tutto il discorso.

Si tende, quindi, a spostare il ruolo del protagonista di un percorso marziale verso qualcuno o, peggio, qualcosa di esterno.

Discorso molto generale il mio, ma che comprende purtroppo la maggior parte dei praticanti.

Sintomo inequivocabile dei nostri tempi, questo, dove qualsiasi cosa succeda è sempre colpa di qualcuno o qualcos’altro; dove la deresponsabilizzazione è la pratica meglio conosciuta e la superficialità, l’assenza di valori e di principii elementari sono solo alcuni dei suoi effetti più tragicamente evidenti.

La troviamo nel lavoro, negli hobby, negli stessi rapporti umani anche a livello di grosse amicizie o parentele, e con uno sfondo forse ben più influente di quanto non possa sembrare rappresentato dalle religioni, spesso e volentieri abilmente camuffata da “diritto di libertà personale”.Kill Bill: Pai Mei

Tutto questo è una specie di grossa metafora del mondo odierno, che affonda certe sue radici nel Dogma.

Il Dogma è quel punto di riferimento considerando il quale un individuo “non può sbagliare”.

O meglio: se faccio giusto - qualsiasi cosa sia - è perchè ho seguito la regola; se sbaglio… beh la regola era quella, mica è colpa mia!

Dunque l’individuo dove sta?

Un esempio più concreto, tornando all’argomento iniziale, può essere proprio chi ,considerando una certa conoscenza - di individuo o di documento che sia - alla stessa stregua di un Dogma religioso, si affida ad essa convinto di non sbagliare, seguendone pedissequamente le indicazioni, fin quasi a non porsi mai più il dubbio che qualcosa possa essere diverso da come appare. Oppure che qualcosa possa in realtà mancare nel quadro ipoteticamente completo che si ha di fronte.

Dove sta la libertà, allora? Ma soprattutto, nuovamente, dove sta l’individuo?!

Succede in certi ambienti dove l’agonismo e la competizione sono elementi importanti. Succede anche in ambienti dove ci si spaccia, per questioni di immagine (vero e puro marketing!), come aperti e collaborativi, dove ci si presenta con la faccia del serio studioso di arti marziali (ma potrebbe essere anche ornitologia, botanica e quant’altro…), nascondendo - spesso anche a sè stessi - la propria vera natura di stupido competitore legato a dogmi e conoscenze “certe”, che non mette in campo l’ingrediente più importante, ovvero sè stesso.

Viviamo in un mondo dove la competizione è sempre stata un elemento importante della nostra stessa sopravvivenza. Cambia il suo aspetto, cambiano i campi di applicazione, ma sempre competizione resta, ed è Incontro di UFCvolta sempre alla prevaricazione del prossimo per l’elevazione di sè.

Giunge quindi la superficialità, che non ci fa domandare: “Perchè? Perchè io devo dimostrare di essere migliore del mio prossimo? A cosa serve? A CHI dà vantaggio, e perchè?”.

Ci basta fermarci nel momento in cui possiamo dire: “t’ho battuto!”, ma andare oltre ad analizzare il significato di quel “t’ho battuto!”, ovvero prendersi anche un po’ la responsabilità di esserne l’autore unico e solo, non è cosa che interessi quel gran chè…

Succede, però, che qualcuno invece cerca di tenere aperti certi occhi e suo malgrado si carica sulle spalle la responsabilità delle sue azioni, s’accorge che le cose stanno un po’ diversamente: vede dove in realtà c’è la vera libertà; si leva di dosso certi dogmi e si mette in giuoco; sa che non c’è mai nulla di certo e sa anche cosa significa quella frase con cui ci si riempie sempre tanto la bocca ma non si capisce mai che cosa voglia dire: “la differenza la fa l’uomo”.

Questo per dire che anche io stesso quando mi introdussi tra le folte schiere di marzialisti avevo inizialmente lo stesso approccio superficiale e illuso che hanno in tanti, ma poi, col passare del tempo, mi sono accorto che le cose stavano, appunto, diversamente.

Maschera e spada

C’è stato, e c’è ancora, chi mi ha preso a calci nel sedere quando fu necessario farlo… chi mi impedì il più possibile di legarmi a certi dogmi scritti tanto famosi nell’ambiente (sì, essendo praticante di scherma occidentale sto parlando dei tanto blasonati trattati)… chi ha sempre cercato di tramandare una Tradizione che solo nell’apparenza è un “metodo d’uso della spada”, e lo resta fin che non c’è un individuo che cerca di andare un po’ oltre e comincia a vedere cosa sta dietro.Lo studio tramite condivisione

Solo allora s’aprono certe porte, e solo allora si capisce veramente che la vera libertà sta dove non esiste competizione ma condivisione, dove non si cerca la prevaricazione ma la comunione, dove le qualità di ognuno, che sono proprie distinte da quelle degli altri e che è importante che rimangano tali, vengono sommate e non sovrascritte a quelle del prossimo. Dove, insomma, la diversità è importante che resti tale ed è l’unica arma vincente, se usata in concerto con altre.

Tutto questo appare sicuramente il discorso di un illuso, forse un po’ new-age, e non c’è alcuna speranza per nessuno che possa essere DAVVERO compreso senza prima esser passati per un certo percorso, assolutamente personale, faticoso e più o meno lungo dipendentemente, appunto, dall’individuo.

Vedo già molte facce annuire di fronte alle mie affermazioni.

Non annuite. Non avete capito niente!

(Forse nemmeno io… anzi, sicuramente fra 6 mesi o 6 anni questo articolo lo riscriverei in modo totalmente diverso….)

Vi fate soltanto prendere dalla logica delle mie affermazioni, si intuisce che sto “parlando bene”, ma finisce lì.Immagine da un trattato di scherma

E’ molto semplice parlare bene e riempirsi la bocca con tante cose colte, citazioni di antichi Maestri, parabole, concetti e chi più ne ha più ne metta.

E’ un metodo sicuro per apparire più arrivati di ciò che si è in realtà. Ma è un metodo che svuota inesorabilmente di significato ogni cosa, perchè offre frasi fatte ricche solo di tanto fascino, ma spoglie del background da cui sono state generate. E al mio interlocutore giungono informazioni già servite pre-masticate, che non è in grado di comprendere, perchè non c’è arrivato da sè. E tutto ciò è dannoso, per l’individuo.

Chi SA, invece, TACE.

E tace anche di fronte a chi millanta conoscenze e traguardi raggiunti.

Insomma… come si fa allora ad arrivare a quel “sapere”?

E’ il tema portante di tutto questo mio delirio: mettendosi in giuoco personalmente, e sul serio, che incidentalmente corrisponde col “non cercarlo”.

E’ come un rito di iniziazione, che non ti viene nemmeno detto che esiste. Ma c’è.

Se hai una certa “materia prima”… ci arrivi senza accorgerti.

Ieri sera sono stato al cinema, e ho visto Gran Torino, l’ultimo film di Clint Eastwood, attore che ho sempre adorato dai tempi in cui lo vidi la prima volta col suo poncho e la fida Colt nella fondina.

Ne sono uscito scosso.

E commosso. Il tre o quattro momenti del film stavo quasi piangendo, avevo gli occhi lucidi…

Locandina di Gran Torino di Clint EastwoodMa diversamente dalla stragrande maggioranza del pubblico e della critica, che ha commentato e/o recensito quel film, avevo quello stato di commozione per via di un’interpretazione diversa, secondo me molto più profonda di un banale cambiamento umano, come appunto tanti vedono nei personaggi di quel film.

Io nel vecchio Clint ci ho visto un grande Maestro, che ne ha viste tante e sofferte di più, che ha fatto i suoi sbagli e se ne prende il carico direttamente, senza sconti, senza deresponsabilizzarsi, senza confessarsi, senza scaricarlo su qualcosa o qualcun’altro.

E’ lui e lui soltanto che decide per sè e per le sue azioni, è lui e lui soltanto che paga per ciò che fa, e l’unico vero tormento che ha dentro è per una cosa che ha fatto quando altri hanno deciso per lui.

Un individuo che tace, osserva attentamente e tace, con cui è molto difficile avere a che fare, col quale soltanto l’inconsapevole tentativo di avere un rapporto affettivo può portare a fargli decidere, consapevolmente, di aprire una porta e regalare (condividere!!!) il proprio bagaglio di valore.

Quindi… a mio modo di vedere… il suo personaggio non è cambiato di una virgola dall’inizio alla fine del racconto - e l’ho adorato dal primo secondo in cui entra in scena ringhiando, con quel suo sguardo penetrante - ma ha semplicemente deciso con chi poteva permettersi (con chi meritava…) di condividere sè stesso, fino rendere la battuta “sono orgoglioso di essere tuo amico” una frase con tanto valore aggiunto da avercene in avanzo per altri 15 film…

Ed il fatto che l’amico sia un ragazzino che viene dall’altra parte del mondo e che non ha nemmeno un quarto dei suoi anni, la dice lunga sull’importanza della diversità.

Un rito di iniziazione.

E, nel film, anche una feroce, immensa lezione di vita.

Cosa c’entrano le Arti Marziali con tutta questa cosa del film?

Eh… ve l’avevo detto che non avevate capito niente…

Andate a vederlo, comunque. Fatevi sto favore.

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Viviano Crimella

FISAS - http://www.fisas.it

 

 

 
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